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Editoriale Uaar Padova luglio 2015

È passato quasi un anno dall’ultimo editoriale. Un tempo troppo lungo. Ma l’UAAR è un’associazione di volontariato i cui soci rubano tempo alla famiglia e alle proprie attività per dedicarsi a quella che è ritenuta una giusta causa. E questo rende l’attività dell’associazione dipendente dalla disponibilità dei soci. Disponibilità che talvolta può venire meno. Pazienza.
L’UAAR fortunatamente è vitale e i motivi per darsi da fare non mancano. La politica è sempre più prona e succube alle spinte clericali e allora è l’attività giudiziaria che deve supplire al servilismo dei politici (con qualche eccezione che vedremo).
In questo periodo ci sono stati motivi di soddisfazione per chi si batte per la laicità dello Stato.

Cominciando dalla recente sentenza della CEDU (la Corte Europea dei Diritti Umani) che in seguito al ricorso presentato da tre coppie gay ha condannato l’Italia per il mancato rispetto dei diritti fondamentali sanciti dall’articolo 8 della Convenzione Europea: Diritto al rispetto della vita privata e familiare. Su questa sentenza la nostra Adele Orioli ha scritto un editoriale comparso sul blog di Micromega a cui rimando per un approfondimento: http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2015/07/24/uaar-....

Di venerdì 24 luglio invece la notizia della sentenza della Corte di Cassazione che condanna le scuole private a pagare l’ICI. Eh sì, perché, guarda un po’ la sorpresa, finora ne erano esentate. E con quale motivazione? Perché lavorerebbero in perdita! E quali sono state le reazioni alla sentenza? A noi interessano poco le prevedibili reazioni dei diretti interessati; ci interessano invece le reazioni dei politici che sono a dir poco sconcertanti:
«La sentenza della Cassazione, a cui è ricorso il Comune di Livorno, avrà come effetto quello di far chiudere istituti scolastici che operano da secoli. Non solo, qui si mette in serio rischio la parità scolastica, garantita in Italia dalla legge 62/2000: non si capisce il motivo per cui la scuole pubbliche statali non debbano pagare l’Ici e le scuole pubbliche paritarie debbano pagarla». Lo affermano i consiglieri regionali Fi Stefano Mugnai (capogruppo) e Marco Stella (vicepresidente dell’Assemblea toscana).
È interessante notare il riferimento a una legge dello Stato che a nostro parere stride fortemente con una legge più importante, la Costituzione (che questi esponenti non ricordano) che all’articolo 33 dice: Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.
È evidente che l’esenzione da una tassa è un onere per lo Stato e finalmente un atto della magistratura pone un limite allo scempio che negli ultimi anni è stato perpetrato ai danni dell’articolo 33.
E poi, a dimostrare la trasversalità dello schieramento clericale, c'è anche la reazione di un deputato del Pd:
«La sentenza della Cassazione sull’Ici per le scuole paritarie rischia di mandare a zampe per l’aria non pochi istituti. Questi istituti vengono assimilati a realtà commerciali, ma in realtà svolgono un servizio pienamente pubblico, spesso laddove lo Stato non riesce ad arrivare». Afferma il deputato del Pd Edoardo Patriarca, componente della Commissione Affari Sociali. «Rispettiamo la legge, ma evitiamo che chiudano istituti, che migliaia di persone rimangano senza lavoro, e che si perda un patrimonio culturale - continua Patriarca - Cerchiamo di tutelare questi soggetti».
Viene da chiedere a questo deputato del Pd, vista la ristrettezza delle casse dello Stato, se gli obiettivi che lui pone andrebbero ottenuti a scapito della scuola pubblica a cui vengono sottratte continuamente risorse mentre le scuole private ricevono finanziamenti sempre più cospicui.

Ma fortunatamente, e questa è la buona seppur “piccola” notizia, non tutti i politici si comportano in maniera così succube davanti alle richieste di ambienti clericali.
In provincia di Padova il sindaco Enoch Soranzo non cede alle pressioni della curia padovana e pretende la riscossione dell’ICI sull’ex seminario di Selvazzano. Un edificio di culto e come tale esentato dalla tassa, affermano in vescovado. Un edificio non più utilizzato a scopi religiosi da anni, afferma invece il sindaco, e sottoposto a speculazione di natura immobiliare, visto che da anni si parla di trattative per la sua vendita.
Adesso la parola è ancora alla magistratura che dovrà pronunciarsi. E ci auguriamo che sarà fatta rispettare la legge.

In questo susseguirsi di sentenze e vicende processuali, che dimostrano chiaramente come le esigenze espresse e portate avanti dagli esponenti della religione cattolica siano conseguenza di spinte economiche ben più che spirituali, si inserisce l’infelice uscita di Stefano Casali, capogruppo della Lista Tosi all’assemblea regionale del Veneto che ha affermato: «Ho notato con imbarazzata sorpresa che in tutto il Consiglio Regionale non esiste un solo crocifisso ed è un assenza grave: non sapevo che il segno di duemila anni di storia fosse stato espulso dalla più prestigiosa sede istituzionale del Veneto. Ci faremo portatori, presso il presidente Ciambetti e presso l’Ufficio di presidenza, di una richiesta precisa affinché il crocifisso possa rientrare a Palazzo, collocato almeno in aula di Consiglio e nelle sedi delle Commissioni, in quanto segno non discutibile di quella tradizione di storia e cultura che ha fatto grande la nostra regione nei secoli».
Sarebbe il caso che questo consigliere regionale, che ricordiamo essere pagato con i soldi di tutti i veneti e non solo dei cattolici, andasse a sostenere la sua iniziativa nei luoghi devastati dalla tromba d’aria lungo la riviera del Brenta per vedere se i suoi abitanti considerano l’iniziativa “politica” proposta da Casali una priorità della Regione Veneto.