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Il dialogo interreligioso nella società contemporanea in un paese plurale

Questo è il titolo di un incontro svoltosi giovedì 30 giugno a Padova nell’ambito di una serie di incontri organizzati da un’associazione culturale chiamata “SalboroIncontra”.
Il volantino di presentazione prevedeva la presenza di: don Giovanni Brusegan, delegato per l’Ecumenismo e il dialogo interreligioso Diocesi di Padova; Adolfo Locci, rabbino capo della Comunità Ebraica di Padova; Ahmed Oufardou, esponente della Comunità Islamica di Padova. Incontro coordinato dal vice-sindaco di Padova Ivo Rossi.

Il mio interesse per questa serata derivava dal fatto che alcuni mesi prima il presidente dell’associazione mi aveva telefonato per chiedermi la disponibilità a partecipare a tale incontro in qualità di ateo membro dell’UAAR, disponibilità che avevo subito dato volentieri; ma dopo alcuni giorni era arrivato il contrordine, in quanto il consiglio associativo aveva respinto la proposta del suo presidente ritenendo evidentemente la presenza di un ateo inopportuna. Ricordo per inciso che si tratta di un’associazione legata alla parrocchia di Salboro e gli incontri si svolgono nel pala-tenda parrocchiale. Incuriosito da questo ripensamento ho voluto ugualmente partecipare alla serata come spettatore e, accompagnato da mio figlio e dal coordinatore del circolo UAAR di Padova, mi sono recato in parrocchia. C’era una discreta partecipazione di pubblico, in maggioranza anziano, ma non si è presentato uno dei tre componenti annunciati, cioè l’esponente della comunità islamica di Padova. La serata è stata quindi introdotta dal vicesindaco Rossi, che ha manifestato il suo pensiero affermando come la paura dell’”altro” sia dovuta alla mancanza di conoscenza, che ci dovrebbe quindi essere interesse nel voler conoscere gli altri, intesi come coloro che non fanno parte della nostra comunità tradizionale, allo scopo di eliminare gli steccati che ci dividono. Il prete delegato della diocesi Brusegan ha sottolineato l’importanza di avere rapporti tra “persone”, elencando una serie di categorie, categorie che andrebbero a suo dire superate per arrivare direttamente alle persone. E ha poi invitato ad evitare divisioni pregiudiziali in modo manicheo. Il rabbino Locci ha parlato della diversità come elemento che viene usato per definire chi è “cittadino” e chi invece non lo è. Nel suo intervento ha anche voluto ricordare chi non ha alcuna fede.
Dopo una serie di interventi a mo’ di botta e risposta fra il rabbino e il prete, con netta prevalenza dell’occupazione del tempo da parte di quest’ultimo, il coordinatore ha concesso la parola al pubblico ed ho quindi chiesto di intervenire. L’ho fatto sottolineando l’atteggiamento contraddittorio dimostrato nell’avere ritirato l’invito agli atei: Rossi parlava di eliminare gli steccati, ma noi siamo stati lasciati al di là dello steccato; il prete chiedeva di privilegiare le persone, ma non citando mai gli atei ha dimostrato di considerarli come “non-persone”. Insomma è stata confermata la distanza tra le affermazioni di principio e la loro applicazione pratica: a parole grandi apertura e tolleranza, nei fatti le solite preclusioni. Ho concluso affermando che l’incontro della serata non sembrava dedicato a un dialogo interreligioso, bensì a uno intrareligioso.
E’ stato notevole l’imbarazzo dimostrato dal moderatore della serata nel cercare di (non) rispondere alle mie osservazioni ed esprimendo scuse che hanno avuto lo stesso livello di credibilità delle affermazioni fatte precedentemente. Ancora più interessante è stata la reazione del prete: dopo essersi rivolto a me con un “lei che si dichiara ateo…” (che reazioni ci sarebbero potute essere se io mi fossi rivolto a lui con un “lei che si dichiara cattolico”?) ha utilizzato per rispondermi la fallacia dialettica dell’uomo di paglia. Ha infatti disegnato una figura di ateo stereotipata definendolo “ottocentesco” e “pre-scientifico”; ha ricordato un incontro televisivo avuto con un esponente UAAR di cui ha riportato affermazioni e atteggiamenti che mi sono apparsi talmente lontani dagli argomenti e dalle affermazioni che noi normalmente utilizziamo, dall’apparirmi palesemente falsi, e su questa figura creata ad hoc per la platea ha riversato il suo atteggiamento critico e denigratorio. Insomma il prete ha confermato, se mai ce ne fosse stato bisogno, quella scorrettezza di comportamento che rende così difficile il dialogo con certi esponenti della Chiesa cattolica. Soprattutto se pensiamo che egli ha approfittato della sua posizione privilegiata, che non mi permetteva di rispondergli adeguatamente, visto il susseguirsi di interventi succedutisi al mio e che avevano portato la discussione su altri piani, in particolare la difficoltà di comprensione e convivenza con gli islamici.
Le mie considerazioni sulla serata sono perciò queste:
• L’assenza non annunciata né giustificata dell’esponente della comunità islamica, che avrebbe potuto e dovuto rispondere a parecchie domande, è apparsa di fatto un segno di chiusura al dialogo;
• L’atteggiamento sottomesso del moderatore della serata, che ha concesso forse l’80% del tempo al prete, non facendo nulla per riequilibrare la sua logorrea, né intervenendo per difendere chi, come me, era stato trattato in maniera quantomeno scortese, mostra la solita sudditanza verso la Chiesa cattolica e i suoi esponenti ed evidenzia quanto si sia ancora lontani dal quel traguardo di apertura, conoscenza, dialogo tra pari che a parole si dice di voler raggiungere;
• L’arroganza dei rappresentanti ufficiali della Chiesa cattolica, che praticamente evitano il confronto, denigrano l’avversario (perché è come tale che l’ateo viene trattato), e spadroneggiano anche nelle poche occasioni offerte per un eventuale dialogo, mostra la distanza che ci separa da una vera uguaglianza nei diritti e nei presupposti di incontro;
• Le religioni con meno potere, soprattutto quando fortemente minoritarie, mostrano un’apertura e una volontà di dialogo ben diversi da quella dei cattolici. Rimanendo a questo evento, alla netta affermazione del rabbino: “l’Italia non è certamente uno Stato laico” nessuna reazione è venuta dagli interlocutori, con l’assordante silenzio in particolare del rappresentante dell’Istituzione civile.
Concludo pensando come questo piccolo episodio si inserisca in uno stile generale che si ritrova in questa Italia colonizzata dal potere della lobby cattolica; mi riferisco ad esempio al cosiddetto “Cortile dei gentili” istituita dal cardinale Ravasi per l’incontro e il dialogo con altre religioni e con i non credenti, ma a cui gli atei dell’UAAR non sono stati ammessi, scegliendo solo interlocutori accondiscendenti e di comodo.
In pratica loro scrivono “dialogo interreligioso” ma vi si leggono più facilmente intolleranza e prevaricazione. La Chiesa cattolica, che spesso usa l’accusa di “positivismo ateo ottocentesco” verso gli atei, non ha per nulla modificato la sua posizione, che è ben più vecchia ed arretrata di quella degli atei. Ed il restyling cui si vede costretta dalle mutazioni sociali in atto può condurci, invece che allo sviluppo ordinato e laico di una società plurale, alla prospettiva negativa di un multiconfessionalismo, pietra tombale dei diritti civili degli individui.
07/07/2011 - Massimo Albertin*

* Socio UAAR di Padova, è stato un protagonista del caso Lautsi vs Italy in merito alla presenza dei crocifissi negli edifici pubblici.