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Considerazioni sulla deliberazione n. 396 del 13/5/2011 dell'Azienda U.L.S.S. n. 16 di Padova.

La delibera di cui si parla è il “Documento di orientamento sul rispetto dei valori, credenze, ritmi e abitudini di vita dei pazienti nelle attività assistenziali dell'Azienda U.L.S.S. 16.”

Tutti gli ospedali della Regione sottostanno alla legge regionale n. 22 del 22 agosto 2002 che, fra l'altro, afferma che “i piani clinico-assistenziali sono formulati nel rispetto dei valori e delle credenze dei pazienti”. Per questo motivo l'Azienda U.L.S.S. di Padova ha prodotto il documento di cui mi occupo.

Premetto che, complessivamente, sono stato piacevolmente sorpreso dalla lettura di questo documento che, oltre alla qualità dei contenuti, si è dimostrato molto attento ai dettagli; infatti ha premesso al documento stesso chiarimenti di primaria importanza relativi all'uso della terminologia adottata, focalizzando prioritariamente il modo d'uso di parole spesso usate in maniera equivoca come “VALORE” e “CREDENZA” e precisando molto correttamente anche concetti importanti come quello di persona, individuo, dignità, identità.

Dopodiché vi vengono citati gli articoli di pertinenza tratti da testi fondamentali di riferimento al rispetto della dignità della persona: la Costituzione italiana, la Convenzione sui diritti dell'uomo e la biomedicina di Oviedo approvata dal Consiglio d'Europa nel 1997 e i codici deontologici di medici ed infermieri.

Dopo queste premesse si arriva alla pubblicazione di quelli che il documento chiama ORIENTAMENTI: 7 punti che riguardano gli ambienti di cura, la riservatezza e la serenità del paziente, la delicatezza del rapporto col medico, la circoncisione per motivi religiosi, la mutilazione sessuale femminile, il diritto al rifiuto delle cure, il rispetto delle abitudini alimentari.

Si tratta a mio parere di un documento che dimostra una sincera attenzione alla qualità della vita del paziente in ambito ospedaliero, facendo chiarezza su punti che erano finora governati soprattutto dalle consuetudini, da abitudini che vanno considerate superate, ma che se non vengono regolate in maniera esplicita, rischiano di mantenersi inopinatamente e di essere applicate in maniera soggettiva e quindi anche impropria.

Detto questo, mi permetto di commentare il documento alla luce della mia posizione di soggetto che ha dovuto, in altre occasioni, sottostare ad atteggiamenti che proprio le consuetudini inveterate hanno radicato nelle istituzioni e nelle persone e che solo con grandi sforzi ed azioni proattive si riesce a scalfire e, col tempo, a modificare nel senso del dovuto rispetto dovuto a chiunque e quindi anche a chi non segue alcuna religione.

Per me che ho sostenuto per anni una battaglia sull'esposizione del crocifisso nelle scuole, assume un particolare significato il primo degli orientamenti proposti dalla mia ULSS, che dice che l'ULSS 16:
1. Per quanto riguarda gli ambienti di cura in relazione ai simboli e alle espressioni di fede, di religione, di opinioni politiche, si attiene ai principi enunciati nei documenti di riferimento e alle norme, direttive e indicazioni nazionali e regionali in materia.

Orbene, mentre l'esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche è regolato da circolari fasciste del 1922 e 1924 mai abrogate, non sono a conoscenza di regole o leggi che impongano l'esposizione del crocifisso nelle stanze e nelle corsie degli ospedali. E allora, come interpretare questo punto? Secondo me rifacendosi ai principi enunciati nei documenti di riferimento citati che fra l'altro affermano:

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo (art. 2 Cost. it.)
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini. (art. 3 Cost. it.)
Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume. (art. 19 Cost. it.)
Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. (art. 21 Cost. it.)
Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad un'eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad un'eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione. (art. 7 DUDU)
Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, nè a lesioni del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni. (art. 12 DUDU)
Ogni individuo ha il diritto alla libertà di pensiero, coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell'insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell'osservanza dei riti. (art. 18 DUDU)

Non saprei come i punti sopra elencati potrebbero considerarsi realizzati se l'ambiente del ricovero ospedaliero esponesse, nelle parti comuni e condivise, il simbolo di una sola religione. E perciò andrebbe considerata legittima la richiesta di rimozione del crocifisso dalla stanza del ricovero, anche in ossequio ai codici deontologici del medico e dell'infermiere quando richiamano il rispetto alla volontà e alla dignità del paziente.

In subordine potrebbe essere richiesto l'affiancamento al crocifisso di un simbolo a piacere del paziente non cattolico. Personalmente amerei affiancargli un'opera d'arte esposta a Parigi, pur temendo di trovare qualche possibile ostacolo nell'interpretazione delle ultime parole dell'art. 19 della costituzione italiana, quelle relative al “buon costume”.

Ma tornerò sul punto dei simboli affrontando l'orientamento n. 3.

Interessante ed innovativo ho trovato in particolare il secondo orientamento proposto dalla delibera, che dice che l'ULSS 16:
2. Così come garantisce il diritto alla riservatezza dei dati personali (ad es. acquisendo dal paziente, al momento del ricovero, l'elenco delle persone cui è possibile dare informazioni sulla sua salute), procede a:
acquisire, al momento del ricovero, la volontà del paziente di usufruire o meno dell'assistenza religiosa e delle pratiche sacramentali, onde evitare di causare ad esso eventuale disagio nell'esprimere il rifiuto al momento in cui le pratiche stesse gli vengono proposte;
facilitare al paziente il contatto con assistenza religiosa.
L'impressione che ho ricavato dall'esame di questa deliberazione è che la scelta di attuare questo punto delicato, che i non credenti auspicavano da anni, non sia stato dovuto a una particolare sensibilità laica dell'estensore, bensì dalla necessità di adeguarsi alla realtà imposta dall'aumento dei flussi migratori, che hanno portato un aumento di pazienti appartenenti ad altre religioni.

Ma l'importante è che, in un modo o nell'altro un obiettivo sia stato raggiunto: quello di ottenere il rispetto della riservatezza, della dignità e della serenità dei pazienti non credenti, finora impunemente importunati dai cappellani ospedalieri che, pagati col denaro pubblico, svolgono spesso opera di proselitismo, quando addirittura non di sciacallaggio nei confronti di moribondi e loro parenti, indifesi in momenti di grande difficoltà e perciò esposti alle inopportune e fastidiose insistenze di personale religioso la cui presenza può essere molto sgradita quando non addirittura molesta. Credo che chiunque potrebbe ricordare e riportare episodi di questo genere e perciò trovo che non abbia senso esemplificarli qui.

Passando al punto successivo, esso afferma:
3. l'ULSS 16 viene incontro alle richieste dei pazienti ispirate da loro credenze o convinzioni quali, ad esempio, quella di essere assistiti, in ambito ginecologico, da personale femminile. Ciò nei limiti della propria flessibilità organizzativa, tenuto conto che le disposizioni costituzionali non prevedono distinzioni di genere nell'accesso alle professioni sanitarie.
Questo terzo orientamento conferma come il documento nasca per soddisfare i bisogni di “altre” religioni più che per rispettare i diritti degli individui in uno stato laico. Tuttavia, volendo portare fino in fondo l'interpretazione di questo punto, vorrei sottolineare che quello riportato, relativo all'assistenza ginecologica, è solo un esempio. Il principio che guida l'orientamento 3 è quello di “andare incontro alle richieste dei pazienti ispirate da loro credenze o convinzioni”. Che cosa impedisce, richiamandosi al punto 1 del documento, di riferirsi anche all'esposizione di simboli religiosi nell'ambiente ospedaliero? La richiesta della loro rimozione non troverebbe neppure le difficoltà che possono derivare dal dover ricercare, come avviene per l'assistenza, personale di un determinato sesso che comporta le prevedibili limitazioni legate alla flessibilità organizzativa di un presidio ospedaliero.

I punti 4 e 5 fanno riferimento alla circoncisione e alla mutilazione genitale femminile; si tratta perciò di pratiche che non coinvolgono (o almeno non dovrebbero coinvolgere) i non credenti. Anche il punto 7, che fa riferimento a diete e abitudini alimentari, ha per noi un interesse relativo.
Il punto 6 invece è estremamente importante, anche in relazione alla legge sul testamento biologico attualmente in discussione al Parlamento, legge che così come è formulata oggi, contraddice la convenzione di Oviedo, la Costituzione italiana, le linee guida delle società scientifiche e la volontà evidenziata dalla maggioranza degli italiani. Insomma una legge che, senza basi scientifiche, popolari o di principi universali, risponde esclusivamente all'esigenza di inginocchiarsi servilmente alla volontà dell'ideologia cattolica. L'orientamento 6 dice:
6. l'ULSS 16 tutela il diritto al rifiuto delle cure e dei trattamenti sanitari nelle persone coscienti secondo il principio di rispetto della dignità delle persone, che comprende i valori dell'autonomia delle scelte e la libertà personale. Tutela altresì il diritto delle persone non più in grado di decidere, attenendosi al principio contenuto nella Convenzione di Oviedo (articolo 9) secondo cui “i desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell'intervento non è in grado di esprimere la sua volontà, devono essere tenuti in considerazione”. Il principio etico di autonomia dei pazienti viene esercitato nel contesto dell'alleanza terapeutica che si attua attraverso l'informazione al paziente circa l'efficacia e i rischi delle cure e circa i rischi del loro rifiuto. Il rifiuto da parte del paziente di specifici trattamenti o procedure diagnostiche non comporta l'abbandono del paziente stesso. Il consenso scritto ai trattamenti è richiesto, come normativamente previsto, solo nel caso di somministrazione di emotrasfusioni ed emoderivati e per l'applicazione di protocolli di sperimentazione clinica.

Sembra uno schiaffo alla proposta di legge sul testamento biologico. Anche se la dizione dell'art. 9 della Convenzione di Oviedo può lasciare un margine interpretativo in cui l'ideologia della sofferenza, che i cattolici vorrebbero imporre anche a chi non crede, potrebbe forzatamente cercare di insinuarsi.

Concludendo, mi preme notare però come un documento che possiamo considerare e giudicare complessivamente positivo, presenti due difetti che devo evidenziare.
Il primo consiste nella mancanza di un capitolo importante, la cui assenza mostra come l'affrancamento dalle pressioni lobbistiche che la religione cattolica e i suoi esponenti continuano ad effettuare sulla società civile, sia ancora lontano dall'essere raggiunto.

Mi riferisco a un punto che si occupi di affrontare l'applicazione in ospedale della legge 194, quella che regola l'interruzione volontaria della gravidanza.

Trascuriamo qui considerazioni che esulerebbero dalle competenze di una ULSS, quali quella dell'anacronismo della persistenza della possibilità di dichiararsi obiettori di coscienza verso una legge che ha più di 30 anni, da parte di operatori che nessuno obbliga a scegliere una determinata specializzazione, quella di ginecologo.

Ma ricordiamo che cosa diceva il punto 6 del documento: Il rifiuto da parte del paziente di specifici trattamenti o procedure diagnostiche non comporta l'abbandono del paziente stesso.
Questa frase andrebbe ricordata a tutto quel personale sanitario che, col pretesto dell'obiezione di coscienza, arriva a tenere comportamenti discutibili nei confronti di pazienti ricoverate per interrompere la gravidanza; abbiamo raccolto, non in questa ULSS, testimonianze di casi di comportamento ignobile, che oltre alle difficoltà al ricovero per scarsità di personale non obiettore, mostravano crudeltà verso le famiglie coinvolte. Un'ostetrica che in un caso di interruzione vicino alla 20° settimana afferma: “vi verrà data assistenza ma dovete capire che esistono delle priorità… dovremo privilegiare chi dà la vita… se la sala parto fosse occupata dovrete aspettare… tutto chiaro?” o alla richiesta del padre di accompagnare la moglie: “assolutamente no, in sala parto assolutamente no… ed il bambino non lo potete vedere…”.

Anche altre segnalazioni confermano l'atteggiamento spesso ostile, quando non addirittura riprovevole, tenuto da personale obiettore nei confronti di pazienti che decidono di usufruire della legge 194.
Ci sarebbe piaciuto dunque che, nell'ambito di un documento come quello che abbiamo commentato, e che ricordiamo si intitola “Documento di orientamento sul rispetto dei valori, credenze, ritmi e abitudini di vita dei pazienti nelle attività assistenziali dell'Azienda U.L.S.S. 16.”, ci fosse stato un richiamo al dovere di un'assistenza completa, senza rischio di abbandono e senza possibilità di interferenze religiose, anche verso i pazienti nei confronti dei quali viene sollevata un'obiezione di coscienza.
Ma non è detto che l'ULSS 16 non rimedi a questa mancanza e che, magari sulla spinta di qualche sollecitazione, non integri in tal senso questo documento, che comunque ci auguriamo di vedere diffuso in altre ULSS e in altre realtà, fino a diventare una regola, una linea guida di rispetto dell'individuo e delle sue convinzioni in momenti particolarmente delicati della sua vita.

Il secondo difetto che voglio sottolineare non è intrinseco al documento. Ho voluto infatti verificarne l'applicazione ed ho quindi scritto all'Azienda U.L.S.S. di Padova chiedendo copia della modulistica adottata per applicare questa deliberazione. Ebbene, la risposta è stata:
“in merito all'applicazione della delibera di cui all'oggetto, si comunica che al momento non è stata predisposta alcuna modulistica presso il Presidio Ospedaliero Sant'Antonio.”
Come dire: ma alla fine di che cosa stiamo parlando? Siamo sempre in uno stato a sovranità limitata con una laicità di facciata, ma di fatto clericale.

Massimo Albertin