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Il filo rosso

La vicenda del ragazzo vicentino vessato dai suoi compagni perché effeminato o quella in Liguria di un prete che come insegnante di religione in sostituzione mette una nota a due ragazzi che si lasciavano andare ad effusioni gay la dicono lunga sul clima di retroguardia culturale che vive il nostro Paese. A questo si aggiunga la piaga del femminicidio che vede donne uccise e brutalizzate dai propri amanti. In modo più sotterraneo e fortunatamente meno truculento, l'ostilità che presunte maggioranze di credenti, cattolici in primis, hanno verso gli atei (che di per sé sono individuati come non credenti, per sottolinearne la lampante “anormalità”) sempre sottostimati attraverso statistiche dubbie e vittime di campagne mediatiche infamanti (si vedano le equiparazioni di Benedetto XVI tra nazismo ed ateismo) e distorcenti (la loro libertà di espressione scambiata per diffamazione e blasfemia).
Omofobia, femminicidio e ateofobia sono legati da un unico filo rosso, un momento finale che scaturisce da una sottocultura massimalista che non conosce differenze e vede nella realtà un monolite piatto dove non sono ammesse incrinature. Un certo pensiero clericale e maschilista ne è il mentore.
L'UAAR esiste anche per suonare la sveglia a tanti che sonnecchiano di fronte ad un declino civile, di cui questi fenomeni sono la cifra, altrettanto marcato quanto quello economico ripetuto come un mantra (“la crisi”). Ripensare ad un Paese libero, laico e dunque pluralista più che un sogno deve essere un impegno. E dipende anche da te che leggi.